di Mauro Sferruzza
(avvocato
Inps)
1. La trasformazione del mercato del lavoro verso una struttura
dotata di maggiore flessibilità.
La flessibilità del mercato del lavoro è oggi al centro del
dibattito politico e giuslavoristico e non solo in Italia. Le cronache francesi
delle ultime settimane, ad esempio, riferiscono di atenei e scuole occupate, manifestazioni di piazza
e dimostrazioni studentesche che non si vedevano dal 1968. La causa?
L’introduzione da parte del governo francese di un nuovo contratto di lavoro
flessibile, che prevede la possibilità di rescissione in qualsiasi momento, nei primi due anni, per i giovani lavoratori sotto i ventisei anni.
Ma il suddetto “contratto di primo
impiego” (poi, peraltro, sostanzialmente “ritirato”) è soltanto l’ultimo degli
strumenti di flessibilità introdotti in Francia, paese al pari del nostro,
storicamente caratterizzato da un mercato del lavoro “rigido” che, in qualche
modo, è stato negli ultimi (dieci) anni interessato da un vento di riforma che
ha spinto con decisione in direzione, appunto, della flessibilità.
Liberalizzazione dei contratti a termine, ampia previsione di
schemi contrattuali alternativi al rapporto di lavoro subordinato, con status incerto tra autonomia e
dipendenza, hanno di fatto portato nei due paesi un vero e proprio
sconvolgimento del mercato del lavoro, forse anche al di là delle iniziali
previsioni e della stessa volontà politico-legislativa.
L’Italia, non diversamente dalla Francia, ha un’architettura del mercato
del lavoro centrata sul classico schema del rapporto di lavoro a tempo
indeterminato e di tipo dipendente. Si tratta di una struttura caratterizzata
da notevole rigidità, anche considerata la difficoltà (soprattutto per le
imprese di maggiori dimensioni) di licenziare i lavoratori assunti a tempo
indeterminato. Appare ormai evidente la crisi di siffatto modello.
Tuttavia, la legislazione italiana,
come del resto quella francese, non ha smantellato tale struttura, ma ad essa
ne ha affiancato un’altra, appunto fondata su un ampio ventaglio di tipologie
contrattuali flessibili. Con la conseguenza che mentre il primo mercato è
destinato a contrarsi sempre più, quello nuovo e flessibile cresce e continua a
crescere. La quota di lavoratori flessibili è, infatti, cresciuta in modo
costante, tanto che oggi, secondo i dati ufficiali, già quasi il 13% dei
lavoratori è assunto con contratto a termine. Gli osservatori più attenti
fanno, peraltro, notare come il dato reale è ben più consistente, atteso che
una parte dei lavoratori co.co.pro. e del c.d. “popolo delle partite i.v.a.”
dovrebbe in effetti essere incluso tra i lavoratori dipendenti.
Ma se la quota dei contratti a tempo permanente è in continua
discesa, ancora più allarmante è il dato relativo ai giovani assunti nel 2005:
il 49,8 % dei giovani lavoratori è stato assunto con un contratto a termine
(dati Banca d’Italia). Si aggiunga, poi, anche il basso tasso di conversione
dei contratti a termine in contratti a
tempo indeterminato.
La legge n. 30 del 2003 porta con sé una svalutazione dei
modelli esclusivi e tradizionali di riferimento dell’ordinamento
giuslavoristico, a fronte della promozione, diffusione ed incentivazione di
tipologie di impiego della manodopera in senso sempre più flessibile. L’attuale
configurazione del mercato del lavoro lascia, quindi, intravedere una
progressiva attenuazione degli elementi della continuità e della esclusività
del rapporto di lavoro. Ma ad avviso di chi scrive non è questo il problema:
rimane, infatti, indiscutibile la necessità di una certa quota di flessibilità
nel mercato del lavoro.
2. La flessibilità sostenibile.
Il problema non è, dunque, flessibilità si o flessibilità no, bensì la
quota di flessibilità sostenibile. Sotto tale profilo, tuttavia, se non si può
certo pensare alla struttura del mercato del lavoro di 40 anni fa, non è
neppure, però, possibile accettare l’idea che l’unica strada sia quella della
precarizzazione.
Una certa dose di
flessibilità dà ossigeno al mercato, ma la stessa deve essere “controllata” e
“guidata”; deve trattarsi di una flessibilità “giovanile”, iniziale, non può
rappresentare una prospettiva di vita lavorativa. I nuovi strumenti di
flessibilità introdotti nel nostro ordinamento appaiono, invece, più diretti a
governare il presente e risultano privi di progettazione su un orizzonte di
medio-lungo periodo.
In altre parole, la leva della flessibilità dovrebbe servire ad
offrire ai giovani lavoratori un percorso, graduale e per tappe si, ma
funzionale alla stabilità. La flessibilità deve, cioè, trasformarsi in uno
strumento che serva a tracciare un sentiero per un ingresso duraturo nel mondo
del lavoro a tempo indeterminato o quantomeno più stabile. Solo così si
giustifica la flessibilità che intesa, invece, in modo fine a se stesso e come
mera opzione per l’impresa, è il frutto di una visione politica miope e di una
prospettiva senza respiro che conduce verso una progressiva e preoccupante precarizzazione
del mercato del lavoro che, peraltro, mette anche a rischio valori fondamentali
per la società e per l’individuo, quali quello della famiglia.
La precarietà permanente fa paura e produce incertezza e non
solo dal punto di vista del singolo lavoratore interessato. Una maggiore
quantità di lavoratori precari senza consistenti prospettive di
stabilizzazione, corrisponde, sul piano economico, ad una minore capacità di
spesa (consumi) e di risparmio (di cui gli investimenti privati sono funzione),
con conseguente riduzione della domanda globale, che a sua volta si traduce in
un arresto della crescita economica.
Ed allora occorre introdurre dei correttivi all’attuale
configurazione del nostro mercato del lavoro, che abbiano come obiettivo un graduale
inserimento per i giovani (o reinserimento per i meno giovani), di natura
flessibile, verso un lavoro di tipo stabile, accompagnati da adeguate forme di
protezione dell’impiego. Si potrebbe prevedere un periodo di inserimento (di due o tre anni) protetto
da tutela obbligatoria contro il rischio di licenziamento oppure una
qualche altra forma di indennità di licenziamento; si dovrebbe limitare la
possibilità di ricorso al contratto a tempo determinato, sia in termini di
durata dello stesso, sia in termini di percentuale sul numero complessivo di
lavoratori occupati dall’azienda ovvero legare detta possibilità per l’impresa
al tasso di conversione dei precedenti contratti a termine in contratti a tempo
indeterminato.
3. La flessibilità previdenziale.
La flessibilità va poi e comunque accompagnata sotto il profilo
previdenziale.
C’è oggi un problema previdenziale. Da un lato, meno occupati e
più precari generano minori entrate contributive. Dall’altro, se la precarietà
è duratura o addirittura per sempre, è a rischio la copertura contributiva
utile per poter godere di un trattamento pensionistico.
Si è pensato un mercato del lavoro flessibile, a fronte di un
sistema previdenziale e pensionistico che è e rimane rigido e sempre più
ristretto, a causa dei noti problemi di finanza pubblica. E’ necessario,
invece, che alla flessibilità del lavoro corrisponda una flessibilità
previdenziale. L’utilizzo del fattore lavoro secondo moduli sempre più
articolati comporta l’esigenza di un’adeguata tutela sociale dei lavoratori
coinvolti negli accentuati «processi di segmentazione dei percorsi
professionali», ponendo anche il connesso problema del frazionamento
assicurativo-contributivo, in un mercato del lavoro ormai caratterizzato da una
sempre maggiore mobilità. Vi è, dunque, l’esigenza di una risposta urgente
dell’ordinamento in ordine agli effetti previdenziali dell’attuale fase
congiunturale di flessibilizzazione del mercato del lavoro.
Si osservi che l’intervento previdenziale, pur rimanendo funzionale
rispetto alle complessive politiche del lavoro, può assumere un ruolo primario,
fondamentale, teso ad indirizzare le stesse predette politiche in forma
incentivante o disincentivante.
Per inciso, peraltro, il sistema pensionistico necessita comunque di una
revisione e non si potrà far finta di niente ancora a lungo. L’analisi del
tessuto sociale con riferimento alla stratificazione delle età della vita,
continua a segnalare una dilatazione della fase scolare a scapito di quella
lavorativa che, a sua volta, tende a lasciare rapidamente il posto all’età
della quiescenza che aumenta anche in relazione alle migliori aspettative di
vita della popolazione italiana. Occorre, dunque, affrontare con decisione il
problema del rapporto tra invecchiamento e fase dell’età lavorativa.
Si aggiunga, poi, che «l’attuale sistema contributivo che
interessa un crescente numero di lavoratori, centrato sul meccanismo di
rivalutazione dei contributi strettamente correlato alla dinamica di crescita
del P.i.l. nominale, nell’attuale periodo di stallo economico, fa registrare
una mancata crescita del montante contributivo, con la conseguenza che ne
soffre la correlata entità delle prestazioni» (C.i.v. – Inps, rel. progr. per
il 2007/09).
4. Flessibilità e sviluppo economico.
Tornando al tema della flessibilità, c’è poi un problema di
tutele che non possono mancare quasi del tutto come, di fatto, accade oggi per
il lavoro precario.
La dottrina ha ripetutamente segnalato l’esigenza di estendere
la tutela previdenziale anche a fattispecie diverse da quelle inquadrabili
nello schema della subordinazione, estensione che rappresenterebbe un
indiscutibile fattore di progresso e di tutela generale.
Sia chiaro: ammortizzatori sociali e forme di tutela dei
lavoratori flessibili vanno introdotte anche per le nuove tipologie
contrattuali, ma possono essere immaginate soltanto nel breve-medio periodo,
ossia come forma transitoria di protezione nella fase intermedia di approdo
verso un’area lavorativa dotata di maggiore stabilità e di strumenti di tutela
tipici del contratto permanente. Tuttavia, la soluzione del problema non può
essere l’estensione degli ammortizzatori sociali, la cui rifondazione appare,
peraltro, comunque necessaria.
Né può essere quella della riduzione (peraltro opportuna) del
costo del lavoro di mezzo punto o di un punto, perché Cina ed Europa dell’Est
producono a costi comunque notevolmente inferiori. L’unica prospettiva
possibile è e rimane quella dello sviluppo.
In uno scenario caratterizzato dalla trasformazione del tessuto
economico, dal declino dei grandi complessi industriali, dalla delocalizzazione
verso i paesi emergenti, dall’affermazione di nuovi competitori sul mercato
nazionale, dalla diffusione delle occupazioni precarie ed atipiche, da una
modesta crescita dell’occupazione cui però di contrappone un altrettanto
modesto tasso di sviluppo, appare necessario puntare su altre strade: qualità
del prodotto, novità, originalità. L’industria manifatturiera non deve
chiudere, ma deve ristrutturarsi sulla base di tali criteri. Occorre puntare
sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione. L’Italia deve riprendersi
il suo ruolo di centralità nel mediterraneo, sfruttando l’occasione offerta da
un sistema di portualità quasi naturale, adeguatamente accompagnato dalla
riformulazione delle relative infrastrutture in termini di trasporto e di
logistica. Si deve, poi, investire efficacemente nella politica del turismo,
anche considerato che il nostro patrimonio paesaggistico, storico ed architettonico
è tra i pochi beni non delocalizzabili.
5. L’esigenza di nuove risorse
finanziarie per il lavoro e la previdenza.
Servono, quindi, le necessarie risorse, anche pubbliche. Dove
reperirle?
Tra le proposte consegnateci dal recente dibattito elettorale,
vi è, ad esempio, quella di riduzione del cuneo fiscale, che dovrebbe produrre
un alleggerimento del costo del lavoro, permettendo da un lato, alle imprese
d’investire nella specializzazione tecnologica e dall’altro, ai lavoratori di
ricevere una busta paga più consistente, con conseguenti possibili benefici
anche sul livello dei consumi, il cui aumento potrebbe favorire la produzione.
Ben venga siffatta riduzione, ma occorrono comunque ulteriori e
più consistenti risorse che, ad avviso di chi scrive, non essendo immaginabile
in una situazione quale quella italiana attuale un aumento della pressione
fiscale, non possono che provenire dalla lotta all’evasione ed all’elusione. Le
statistiche più accreditate indicano in circa il 25% la quota di economia che vive di sommerso e di evasione
fiscale. Del resto, parlano da sole le cifre contenute nel rapporto annuale
presentato il 30 marzo u.s. dal comandante generale della Guardia di finanza: nel 2005 la Guardia di finanza ha compiuto 98.400 verifiche
e scoperto imponibili sottratti al fisco per 19,4 miliardi di euro e di Iva
evasa pari a 4,7 miliardi. Il dato è ancor più significativo laddove lo si
raffronti con quello del 2004, anno in cui le verifiche erano state 73.700, gli
imponibili sottratti al fisco 10,5 miliardi e l'Iva evasa pari a 2,8 miliardi.
Salutato positivamente il sensibile aumento delle attività di polizia
tributaria, occorre riflettere sulla maggiore evasione scoperta, che dimostra
come la stessa continui a rappresentare una fetta consistente dell’economia. In
particolare, nel settore della lotta all'economia sommersa sono stati
individuati 30.400 lavoratori irregolari, di cui 19.304 completamente in nero.
Numeri che non necessitano di particolari
commenti e sollecitano la formulazione di un piano effettivo ed efficace di
lotta all’evasione fiscale e contributiva. Peraltro, come già rilevato da autorevoli osservatori,
l’introduzione di tipologie flessibili, ma pur sempre garantite da copertura
assicurativa, richiede lo svolgimento di un’efficiente e diffusa opera di
controllo da parte degli enti ed organi competenti. Ed ovviamente, detto
complessivo piano non potrà prevedere soltanto maggiori strumenti in termini di
mezzi e risorse umane, ma deve necessariamente e prima di tutto passare per una
seria riforma del sistema fiscale che oggi presenta ampie zone d’ombra e
consente, in certi casi, di eludere l’obbligazione contributiva con espedienti
più o meno legali.